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La sintesi della CSR

La CSR è per alcune imprese è quella “pietra che è stata rifiutata, ed è divenuta la pietra angolare” (adattato da Atti 4,11), ma forse prima serve credere che se “gettiamo la rete al lato destra della barca, troveremo pesce” (adattato da Gv 21, 1-14).

Prima iniziamo a ragionare e compiere piccoli passi verso l’istituzione di buone pratiche in input e processi, maggiori le chance di output e di outcome, ovvero di un impatto ambientale-economico e sociale dell’essere impresa in un contesto specifico mondiale (vedi SDGs).

Vale la pena investire e non pensare che la CSR sia un costo, perché abbiamo la possibilità di essere competitivi sui prodotti e migliorare il posizionamento del brand, nonché di entrare in un sistema che alimenti il bene comune di cui facciamo parte dalla terra, all’individuo, alla società.

Sicuramente l’impresa ha obblighi legali di cosa portare a bilancio, ma c’è tutta un’altra parte volontaria che l’impresa sceglie di aggiungere. Su quest’ultima nota infatti, si è iniziato è iniziato a inserire come pratica, il bilancio integrato, ovvero un sistema di rendicontazione delle performance economiche, sociali, ambientali, sintetizzato all’interno di un’unica pubblicazione coincidente con il bilancio d’esercizio o il bilancio consolidato di una società. Rappresenta un’evoluzione della rendicontazione di sostenibilità.

La CSR è un’opportunità di innovazione e cambiamento culturale necessario per riportare il valore allo sviluppo economico e sociale, garantendo il connubio con l’ambiente.

 


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Esistono Certificazioni della CSR?

Oltre che alle numerose certificazioni legate alla qualità rilasciate da enti come Bureau Veritas, DNVGL e TUV (basta pensare alla SA8000, ISO 9001:2008, ISO 14001 etc) che si possono inserire nei bilanci di sostenbilità d’impresa a dimostrazione dell’impegno dell’impresa verso i suoi stakeholders, esiste anche la ISO 26000 che però non è certificabile, ma bensì uno standard di riferimento e molto ambizioso.

Da due anni la Bocconi rilascia le certificazioni alle imprese performanti sulla CSR. Bocconi, J.P. Morgan Private Bank, PwC, Thomson Reuters e Gruppo 24 ORE hanno stretto un accordo triennale con la finalità di premiare le migliori aziende che creano valore economico, tecnologico, umano, sociale e ambientale, operando in modo complessivamente sostenibile.

E’ nato quindi il Best Performance Award, il premio annuale dedicato alle imprese italiane, che si distinguono per l’eccellenza nello sviluppo sostenibile inteso in un’accezione ampia, ovvero come la capacità di fare impresa garantendo la continuità aziendale (condizione necessaria) nel rispetto di:

· dimensione umana e ambientale (Green & Social),

· innovazione (Innovation & Technology)

· gestione economica (Value Added)

Poi ci sono gruppi di lavoro che aderiscono ad esempio al Global Compact Network Italia che si impegnano al raggiungimento degli SDGs, poi ci sono le certificazioni per i bilanci sociali migliori (Oscar di Bilancio FERPI) e tante altre opportunità di visibilità (reputation building) come l’ultimo che ho visto apparire “Green Carpet Fashion Award” e contestato perché percepito come “greenwashing”. Il trend è in crescita, dipende qual’è il nostro target di comunicazione, a chi vogliamo comunicare il nostro impatto socio-economico-ambientale, e quindi il nostro “purpose”, ovvero lo scopo dell’essere impresa responsabile e sostenibile.

 


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E tu quale società vuoi?

I tempi di realizzazione sono lunghi perché viviamo nel cinismo, paura e giudizio. I processi sono complessi perché prevedono collaborazione di attori che non abbiamo mai coinvolto. Il ritorno economico non è immediato, ma i trend dimostrano che investire nella civiltà, e nel senso di cittadinanza attiva, è la via per un’impresa sostenibile.

Occorre avere un CSR manager, alle dirette dipendenze dell’alta direzione, che sia visionario, innovativo e consapevole delle sfide e opportunità del mercato diretto e indiretto e degli stakeholder, che non faccia solo auditing, ma che conosca il sistema impresa e l’impresa stessa, comprenda l’imprenditorialità e le normative, che sappia ascoltare e coinvolgere, che sappia relazionarsi e influenzare la strategia, dovrebbe avere un portafoglio (budget) e delega per esercitare un potere decisionale e non solo informativo o consultivo.

Nel tempo stimo che la CSR è una funzione che sarà assimilata nella visione strategica e cultura d’impresa, distribuita al middle management funzionale e divisionale, e partecipata dal personale dipendente e catena di fornitura.

Contribuire allo sviluppo sostenibile del territorio, della nazione e del pianeta, è una responsabilità che non spetta solo ai vertici, ma a tutti i livelli d’impresa, come anche a tutto l’ecosistema di cui esso fa parte.

 


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Il cause-related marketing o la beneficenza sono CSR?

Il cause-related marketing consiste nel dedicare una percentuale (o anche un importo definito in partenza, ad esempio, 1 Euro etc.), dei ricavi delle vendite di un prodotto o servizio ad un ente not-for-profit, vuol dire avviare una campagna marketing che è dedicata a sostenere una buona causa. Il primo programma di cause related marketing (CRM) è stato realizzato nel 1983 dalla business unit Travel-Related Services di American Express, in occasione di un progetto a supporto del restauro della Statua della Libertà. In tale circostanza American Express promise di donare un penny per ogni transazione effettuata attraverso le carte di credito e un dollaro per ogni nuova carta registrata nei primi tre mesi del 1983, effettuando in tal modo una massiccia campagna di comunicazione diretta tanto ai clienti esistenti quanto a quelli potenziali. I risultati furono sorprendenti, American Express registrò un incremento del 28% nell’uso delle carte di credito rispetto allo stesso periodo del 1982 ed un notevole incremento delle nuove adesioni. Il contributo che American Express diede ad Ellis Island Foundation, per il restauro della Statua della Libertà, fu di 1,7 milioni di dollari.

Se portiamo questo esempio ad oggi, con le ultime statistiche possiamo stimare che avviare una campagna CRM, possa far si che le vendite aumentano del 50%, e che porti con se sempre dei benefici anche sociali.

Il ritorno economico per le imprese è doppio, sia l’aumento dei ricavi, ma anche la possibilità di poter prendere vantaggio di agevolazioni fiscali. Il Codice del Terzo Settore (D.Lgs. 3 luglio 2017, n. 117, art. 83), ha istituito una detrazione dall’IRPEF pari al 30% degli oneri sostenuti dal contribuente per le erogazioni liberali in denaro effettuate con modalità tracciabili o in natura, a favore degli enti del Terzo settore non commerciali, per un importo complessivo dell’erogazione non superiore a 30.000 euro in ciascun periodo di imposta. La detrazione è elevabile al 35% qualora l’erogazione liberale in denaro sia a favore di organizzazioni di volontariato. La detrazione è consentita, per le erogazioni liberali in denaro, a condizione che il versamento sia eseguito tramite banche o uffici postali ovvero mediante altri sistemi di pagamento tracciabili. È stata inoltre prevista una deduzione nei limiti del 10% del reddito complessivo dichiarato da enti e società o da persone fisiche.

Questa azione potrebbe essere quindi giudicata strumentale, ma è comunque anche morale. La mancanza di una più profonda moralità si presenta qualora l’impresa non dichiari quanti ricavi reali ha avuto, e magari non devolve in beneficenza tutto quello che prometteva, perché aveva preventivamente stabilito un minimo e non valutato il potenziale ritorno economico massimale per entrambe.

L’altra opportunità mancata, è di creare una partnership con le ETS (enti del terzo settore, ovvero le no-profit). Un partnership per definizione è un rapporto di media-lunga durata, e non un evento “one-off”. Vuol dire che l’impresa si impegna a rinnovare il progetto, operazione o collaborazione con l’ente no profit, e si cresce insieme. Si perchè anche il profit, ha molto da imparare dalle no-profit. Le profit possono aiutare le no-profit a organizzare la loro struttura (prestare ore pro-bono per migliorare la gestione delle risorse umane, aiutare con il bilancio economico, consulenze legali etc), assistere a capire come migliorare la comunicazione e il coinvolgimento dei volontari, reperire volontari nella sua impresa (e potrebbe riconoscere e anche valorizzare una prestazione di volontariato retribuita), donare dei suoi prodotti obsoleti per l’impresa (esempio PC o altro), ma non per l’uso della no-profit, o facilitare la messa in rete con altre imprese del territorio, a cui la no-profit può ulteriormente offrire dei suoi prodotti o servizi, specialmente se a scopo sociale. Qui si introduce un discorso più ampio, di filantropia strategica e di creazione di valore condiviso che dovrò esplicare in un successivo articolo.

 


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Qual’è il rapporto tra consumatore eco-equo e impresa responsabile?

Ed è su quest’ultima nota che si apre lo scenario reale. È proprio il consumatore che sta portando, grazie alla sua propensione verso un rispetto ambientale e sociale, all’acquisto di prodotti o servizi da imprese che producono in maniera sostenibile.

Secondo la ricerca Nielsen Global Survey of Corporate Social Responsibility and Sustainability 2015 prestigioso istituto di ricerca a livello mondiale, i consumatori di tutto il mondo stanno privilegiando, sempre più gli acquisti da quei marchi che si impegnano per un cambiamento sociale e ambientale positivo. Il 66% dei consumatori dichiara di essere disposto a pagare di più per un brand “responsabile”, con un trend in crescita dal 55% del 2014 e dal 50% del 2013.

Gli italiani sono allineati con la media europea, con il 52% dei consumatori che riconosce un prezzo maggiore ai prodotti che offrono questo beneficio collettivo e si tratta di un trend in continua crescita, In Italia, peraltro, gli aspetti legati alla protezione dell’ambiente risultano più importanti di quelli legati all’impatto sociale: il 41% ha acquistato il prodotto perché la società produttrice è nota per essere amica dell’ambiente e il 38% per la confezione a basso impatto ambientale. I valori sociali sono distanziati, con il 33% di scelta per l’impegno sociale e il 31% per l’impatto diretto sulla propria comunità.

In breve, i consumatori stanno impiegando il loro potere d’acquisto per supportare brand che riflettono i loro valori e preferenze. Il consumatore richiede sempre più prodotti buoni: buoni per l’acquirente e buoni per la comunità e l’ambiente. La connessione con i consumatori è dunque fondamentale a questo livello, ed è essenziale per costruire la fedeltà del marchio in un panorama competitivo e dinamico con ritmi serrati.

Il trend in continua crescita rappresenta un’opportunità per i produttori, sia in termini di maggior potenziale di fatturato che per creare le basi per una crescita sostenibile dell’azienda stessa.

 


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Quali sono i ruoli: dell’imprenditore, del middle management, dei dipendenti, dei fornitori, degli investitori, del governo, del consumatore e dei diversi stakeholder?

L’imprenditore condivide con il top management la volontà di generare bellezza e ricchezza nell’eco sistema di cui esso fa parte, è dotato di carisma, genera consenso, e crea delle deleghe che sono funzionali all’istituzione e al funzionamento organizzativo.

Tale approccio viene anche intrinsecamente raccontato nel libro verde della commissione europea del 2010, che descrive la responsabilità sociale e ambientale come “il modo in cui le società integrano su base volontaria le preoccupazioni sociali e ambientali nella loro attività economica e nelle loro relazioni con le parti in causa”.

Il middle management, ha l’obbligo dirigenziale di presidiare la visione, la missione, i valori, cosa, come, quando vengono raggiunti gli obiettivi tattici dell’impresa. Tuttavia, una ricerca del 2017 svolta da Globescan e Frost&Sullivan ( White Paper CSR Europe ) indica che lo staff aziendale non conosce gli SDGs (Obiettivi di Sviluppo Sostenibile), e questo è una barriera enorme all’avanzamento della CSR e sostenibilità del pianeta. C’è molta formazione tecnica e anche esperienziale da svolgere su questa fascia di dipendenti che fanno da tappo culturale alla performance dell’impresa!

I dipendenti per definizione sono operativi, hanno l’obbligo di rispettare processi e norme che il top management e lo staff, ha creato per far funzionare l’impresa in maniera responsabile, e partecipare a questa cultura d’impresa. Saranno loro i primi ambasciatori del brand dell’impresa, ogni dipendente è un cittadino in rete, e può anche grazie all’uso dei social network contribuire alla reputazione e vendite dei prodotti e servizi della sua impresa. Qualora i dipendenti “sposano” i valori dell’impresa per la quale lavorando, è naturale parlare di senso di appartenenza e quindi di difesa verso l’azienda e non l’attacco che testimoniamo troppo spesso negli scioperi sindacali o crisi aziendali. Trovo utile sottolineare che la concorrenza si sta spostando sempre più sulla qualità delle risorse umane e non necessariamente verso il prodotto o servizio, perché senza personale adeguato non è possibile fare funzionare l’impresa, e la robotica, ha comunque bisogno di un coordinamento, che sia programmato digitalmente o manualmente.

I fornitori invece si trovano spesso, a seconda del settore, messi con le spalle al muro. Il fornitore è raramente di grandi dimensioni, e non ha molti mezzi economici per investire in processi o permettersi una formazione adeguata sulla sostenibilità, che sarebbe necessaria per l’attivazione delle stesse politiche sostenibili condivise e da rendicontare. Devo riconoscere che sono molte le imprese che ancora non sanno che esistono i fondi interprofessionali, ovvero non sanno che versano una parte delle loro tasse in questi fondi, e che possono godere di formazione gratuita.

Con l’assenza di un dialogo e partecipazione del fornitore visione dell’impresa cliente, è quasi impossibile che il fornitore sia mosso da un contratto morale, e trova nella richiesta di essere conforme, la parte strumentale della CSR, senza comprendere i benefici di attivare un approccio culturale al creare valore condiviso. Sarebbe molto interessante se l’impresa cliente iniziasse a vedersi come protagonista del cambiamento sostenibile, che creasse gruppi di studio e collaborazione tra fornitori. Sul singolo fornitore dovrebbe, a mio avviso, impegnarsi per conoscere il suo fornitore e allineare i valori. Nutrire una relazione, offrire un contratto di lungo termine, ridurre i tempi di pagamento, collaborare ad una formazione continua, lavorare e condividere buone pratiche e magari allargare le possibilità di network marketing. Chiaramente, anche il fornitore dovrebbe fare lo stesso, ovvero magari trovare sinergie verticali e orizzontali nel mercato e orientarsi ad un approccio più eco-sistemico.

Sarebbe interessante che l’impresa facesse da capofila con i suoi fornitori per incentivarli ad investire in impianti di efficientamento energetico alimentato da risorse sostenibili. L’investimento può essere anche “semplice”, come quello di negoziare una tariffa collettiva per la consulenza per studiare un impianto sostenibile. Non vuol dire quindi che è il cliente che paga per questo, ma che decide di collaborare con i suoi fornitori per diffondere una cultura possibile della sostenibilità.

In un altro passaggio del Libro Verde, troviamo il ruolo importante del governo utile a alimentare la spinta alla sostenibilità “norme più chiare in materia di informativa finanziaria possono contribuire ad una migliore valutazione delle società UE e permettere alle imprese e agli investitori di mettere l’accento sulle questioni di sostenibilità”, a questa voce si possono aggiungere incentivi, detassazione, ammortamenti e altre manovre fiscali.

Ci sono poi una varietà di stakeholders che influenzano la CSR di un’azienda, dal rapporto con i sindacati, agli investitori, alle università, alle ONG e tante altre.

Non ultimo, il consumatore ha un ruolo fondamentale. Nel libro di Yvon Chouinard, CEO di Patagonia, Let my people go surfing tra le 10 frasi più importanti ci condivide “if you want to change government, you have to aim at changing corporations, and if you want to change corporation, you first have to change the consumers. Whoa, wait a minute! The consumer? That’s me. You mean I’m the one who has to change?”. Con questo passaggio capiamo che forse la vera CSR è quella che ognuno di noi, proprio come consumatori, possiamo fare per alimentare un sistema che si impegni nel concretizzare processi e soluzioni per raggiungere uno sviluppo sostenibile. La CSR è ISR, ovvero responsabilità sociale individuale, si dovrebbe iniziare a parlare di USR, ovvero una responsabilità sociale delle Università per istruire alla sostenibilità globale e dirigersi verso una Responsabilità Sociale Universale.

 


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Qual’è la motivazione alla CSR?

La motivazione ad avviare un percorso della CSR è conseguentemente divisa in due approcci: quella strumentale e quella morale.

In quella strumentale troviamo la volontà di migliorare la reputazione, la motivazione e spirito di squadra, ottenere la licenza di operare, la riduzione di costi e rischi, e l’aumento delle vendite. In quella intrinseca invece, il rispetto dei diritti umani, il rispetto dell’ambiente, la tensione al bene comune, la giustizia ed equità.

La purezza della CSR è quando nasce da un imprenditore mosso dal profondo, consapevole dell’opportunità sociale e generativa del fare impresa, e fiducioso che nel rispetto ambientale e normativo c’è, grazie alla base sociale, la risposta di un’offerta del servizio/prodotto che è diverso, e che produce vantaggi economici-finanziari. I margini, non sono tutti finalizzati al puro profitto, sono sostenibili, ovvero permetteranno di attrarre nuovo capitale, e di alimentare il miglioramento del ciclo vitale dell’impresa perché saranno portatori di un cambiamento culturale necessario.

 


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Cosa vuol dire fare CSR o anche essere un’impresa responsabile?

Per comprendere l’ampiezza della CSR è possibile fare riferimento ai 10 Principi del Global Compact, alla ISO 26000 e agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, UN Agenda 2030. Per valutare la CSR di un’impresa invece dobbiamo analizzare il Bilancio, d’esercizio e sociale, e preferibilmente attivare anche qualche ricerca qualitativa a campione.

Per definire l’opportunità della CSR basta soffermarsi sulla ricerca di come può essere garantita la sostenibilità d’impresa, e prendere maggiore consapevolezza delle responsabilità che competono al fare impresa. Fare impresa, vuol dire equilibrio economico, generazione di ricchezza, e affrontare le attese di ordine sociale e ambientale, sapere organizzare e gestire un’impresa è complesso e merita riconoscimento qualora riesca a rispondere a queste molteplici attese, sia economiche, che morali.

In questo articolo proponiamo di riflettere al cambiamento che stiamo vivendo come individui, come società e come pianeta, perché fare impresa vuol dire produrre con la consapevolezza che abbiamo un impatto ambientale, sociale ed economico.

Essere impresa responsabile, vuol dire produrre con la consapevolezza dello scenario ambientale nel quale ci troviamo. Vuol dire rivedere i nostri processi produttivi per approvvigionarsi di materie prime sostenibili, riciclate o locali; vuol dire produrre con energia da fonti rinnovabili o alternative; vuol dire ridurre il consumo di acqua; vuol dire rivedere il design dei nostri prodotti che riducono al minimo gli scarti; vuol dire riguardare il packaging; vuol dire ottimizzare la distribuzione; vuol dire attrarre consumatori responsabili; vuol dire riparare; vuol dire gestire il trattamento dei rifiuti e inquinare meno; vuol dire riciclare e rimettere nel processo produttivo la nostra stessa produzione in un sistema di economia circolare; dove le collaborazioni sono al centro del fare meglio.

Essere impresa responsabile vuol dire ridurre le emissioni, non solo grazie al processo produttivo ed efficientamento energetico, ma anche rivedendo la mobilità dei propri dipendenti, investendo in tecnologia come videoconferenze, o attivare lo smartworking, vuol dire promuovere salute e benessere negli ambienti di lavoro. È possibile acquistare crediti di compensazione, o anche piantare alberi, ma questa non è sostenibilità collettiva e a lungo termine. Attenzione, non vuol dire che non è bene compensare, ma vuole solo dire che sposti il problema, scegli di non cogliere l’opportunità di rivedere la tua strategia.

Essere impresa responsabile vuol dire rispettare le norme di sicurezza sui prodotti e negli ambienti di lavoro, vuol dire non usare sostanze chimiche dannose, vuol dire attivare politiche di welfare, vuol dire permettere l’associazione ai sindacati, vuol dire provvedere ad un equo compenso, non praticare lavoro minorile, uguaglianza di genere, e tutti i diritti umani.

Essere impresa responsabile vuol dire non produrre ricchezza grazie alla corruzione, all’evasione fiscale, vuol dire rispettare la privacy, vuol dire essere trasparenti nella rendicontazione finanziaria. Inoltre, dal 25 gennaio 2017 è entrata in vigore il DL del 30 dicembre 2016, n. 254 che prevede l’obbligo di presentare una dichiarazione individuale di carattere non finanziario per le imprese di interesse pubblico che abbiano avuto, in media, durante l’esercizio finanziario un numero di dipendenti superiore a 500 e, alla data di chiusura del bilancio, abbiano superato almeno uno dei due seguenti limiti dimensionali: a) totale dello stato patrimoniale: 20.000.000 di euro; b) totale dei ricavi netti delle vendite e delle prestazioni: 40.000.000 di euro.

Essere impresa responsabile vuol dire vivere nel territorio, investire nella formazione delle risorse locali, facilitare lo sviluppo di politiche diverse, collaborare con enti no-profit, vuol dire collaborare con gli stakeholder del territorio in tutte le forme ambientali, sociali, ed economiche (ESG – Environment, Social and Governance), vuol dire partecipare alla società, avere una reputazione positiva misurabile e gestibile.

 


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La CSR è profezia o realtà: cosa offre alla nostra società?

La responsabilità sociale d’impresa (RSI), anche denominata con l’acronimo inglese CSR (Corporate Social Responsibility) è una tematica che viene ancora ricercata su internet per la sua definizione.

Per alcune imprese è sinonimo di innovazione e competitività, viene percepita come un’opportunità perché crea differenziazione e offre una possibilità di relazionarsi con un network più ampio proprio ai fini di realizzare valore condiviso (CSV – Corporate Shared Value).

Per altre imprese invece, la CSR è fonte di preoccupazioni economiche e burocratiche, viene percepita come un vincolo, dove la conformità agli standard devono essere accompagnati da strumenti di risk management. A tal fine si limitano a rispondere ai requisiti di certificazione richiesti dalla legge, ad attivare qualche iniziativa di welfare aziendale, qualche progetto di cause-related marketing o ancora di beneficenza.

Il terzo caso invece, sono le imprese che svolgono una CSR inconscia, ovvero che non sono consapevoli di farla, oppure sanno qualcosa, ma scelgono volontariamente di non raccontarla, perché fa parte del loro DNA e credono che rendendola pubblica, ammazzi il valore etico di essere un’impresa responsabile.

L’identità delle imprese si fonda sulla storia, la vision, la mission, i valori, e gli obiettivi strategici, operativi e tattici. Per quanto si possa robotizzare un’impresa, e per quanto la si possa organizzare, servono le risorse umane, che vanno motivate a lavorare. Per motivare le persone che compongono l’organizzazione, è possibile utilizzare approcci di “push” (top-down) o di “pull” (bottom-up). Considerando l’epoca di volatilità, ambiguità, complessità e incertezza (VACU) nella quale viviamo, è utile considerare il management by values (MBV) come la modalità da prediligere per favorire il change management che ci viene richiesto dal sistema. La CSR può essere un valore o permettere di riflettere alcuni nuovi valori dell’essere impresa?

Ritengo che una buona CSR debba essere integrata nella cultura aziendale e nella catena di valore, ci debba essere la volontà di investire nel desiderio di avere impatto positivo nell’eco-sistema, e non offre ritorni di lungo termine se partono da un ego-sistema. Per attivare questa possibilità di partecipazione sociale, l’impresa deve condividere quindi un piano strategico sia internamente, che esternamente, cercando sostegno tra gli investitori e le P.A., misurare il suo progresso, anche confrontandosi con altri player del mercato e cercando soluzioni insieme.

La concorrenza si prospetta ad essere improntata sulla capacità delle imprese a misurare e a testimoniare la sua capacità ad aver inserito processi di produzione circolare, di aver prodotto maggior benessere per le comunità, di aver contribuito a partenariati per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Per fare questo, servono talenti, persone dotate di competenze tecniche, essere inclusivi, avere immaginazione e coraggio, essere consapevoli e visionari. La concorrenza è sui talenti che le imprese riescono a reclutare, conoscere, far crescere e trattenere. Ricerche di mercato testimoniano che oltre il xxx i giovani scelgono le imprese per i loro valori e processi etici. E per trattenerli e renderli competitivi? Oltre che fare formazione tecnica, anche sui temi “cutting-edge”, l’impresa dovrebbe investire in strumenti di ascolto e laboratori esperienziali di accrescimento di competenze relazionali e infra-divisionali, creare e gestire team che sappiano interfacciarsi e collaborare, team capaci di valutare se il problema che appare, esiste veramente, e cercano una soluzione nell’angolo cieco della leadership tramite metodologie di sperimentazione (Javelin board et altri, basati su dialogo e prodotto minimo MVP).

Come si può mantenere l’entusiasmo dell’inizio di un impiego e trovare riconoscimenti per valorizzare il piccolo contributo individuale? Su questa domanda si apre il tema delle aspettative, degli strumenti della gestione risorse umane e comunicazione interna, che sono spesso sottovalutati perché soggetti a mutamenti repentini. La motivazione profonda sul lavoro potrebbe risiedere nella consapevolezza di fare parte di una dimensione più articolata di essere impresa, dove il profitto è funzionale alla crescita economica e sociale dei territori, sempre con il rispetto dell’ambiente e della governance.

 


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Bonus pubblicità e formazione 4.0, in attesa di regole

(di Bruno Pagamici – Dottore commercialista in Macerata – Pubblicato su IPSOA il 23 FEBBRAIO 2018)

In ritardo l’emanazione del regolamento del bonus pubblicità, anche se dovrebbe arrivare in tempi brevi. In attesa del provvedimento ufficiale, il Dipartimento per l’informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha anticipato alcuni contenuti, per dare un quadro abbastanza chiaro e dettagliato di come funzionerà il bonus e consentire ai titolari di reddito d’impresa, di lavoro autonomo e agli enti non commerciali di elaborare i propri programmi di investimento. In arrivo, invece, entro i primi di aprile il decreto interministeriale che fisserà le disposizioni applicative relative al credito di imposta per la formazione 4.0. Quali sono le altre e tante agevolazioni di cui si attendono le disposizioni attuative?
Sono numerose le agevolazioni in attesa di attuazione. Manca ancora il regolamento del bonus pubblicità, anche se ormai non dovrebbe mancare molto. Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, infatti, dovrebbe essere già stato redatto e pronto per l’invio al Consiglio di Stato. Nel frattempo, il Dipartimento per l’informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio ha
anticipato alcuni contenuti, per dare un quadro abbastanza chiaro e dettagliato di come funzionerà la misura. Dopo una prima pubblicazione avvenuta il 24 novembre 2017, le indicazioni sono state aggiornate il 9 febbraio 2018 per tener conto dell’estensione del beneficio, originariamente limitato alle imprese e ai liberi professionisti, agli enti non commerciali in sede
di conversione del Collegato fiscale alla legge di Bilancio 2018.
Dovrebbe arrivare entro i primi di aprile il decreto interministeriale che fisserà le disposizioni applicative relative al credito di imposta per la formazione 4.0. Nel frattempo, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che il bonus matura anche in assenza del suddetto provvedimento: il beneficio compete pertanto per le attività di formazione svolte fin dall’inizio del periodo agevolato (periodo
successivo al 31 dicembre 2017).

Pubblicità

Descrizione
Il credito d’imposta, istituito dall’articolo 57-
bis della Manovra correttiva ed innovato
dall’articolo 4 del Collegato Fiscale alla legge
di Bilancio 2018, spetta alle imprese, ai
lavoratori autonomi e agli enti non
commerciali che effettuano investimenti in
campagne pubblicitarie sulla stampa
quotidiana e periodica, anche on line, e sulle
emittenti televisive e radiofoniche locali,
analogiche o digitali, il cui valore superi
almeno dell’1% gli analoghi investimenti
effettuati sugli stessi mezzi di informazione
nell’anno precedente.
L’incentivo può essere fruito anche per gli
investimenti in campagne pubblicitarie sulla
stampa quotidiana e periodica, anche online,
effettuati dal 24 giugno 2017 al 31 dicembre
2017, purché il loro valore superi almeno
dell’1% l’ammontare degli analoghi
investimenti pubblicitari effettuati sugli stessi
mezzi di informazione nel corrispondente
periodo dell’anno 2016 (ossia 24 giugno 2016-
31 dicembre 2016).
Il credito d’imposta è pari al 75% del valore
incrementale degli investimenti effettuati,
elevato al 90%, nel caso di microimprese,
piccole e medie imprese e start up innovative.
Il beneficio è utilizzabile esclusivamente in
compensazione previa istanza diretta al
Dipartimento per l’informazione e l’editoria
della Presidenza del Consiglio dei ministri.
Cosa manca per l’attuazione
La definizione delle modalità e dei
criteri di attuazione del credito
d’imposta è demandata ad un Decreto
del Presidente del Consiglio dei
Ministri, da emanare su proposta del
Ministro dello sviluppo economico, di
concerto con il Ministro dell’economia
e delle finanze, che avrebbe dovuto
essere adottato entro il 22 ottobre 2017
(120 giorni dalla data di entrata in
vigore della l. n. 96/2017, di conversione
del D.L. n. 50/2017, avvenuta il 24
giugno 2017).

Riferimenti normativi: D.L. n. 50/2017 convertito, con modificazioni, dalla l. n. 96/2017, art. 57-bis;
D.L. n. 148/2017, art. 4 convertito, con modificazioni, dalla l. n. 172/2017, art. 4